Lei è come acqua che scava.

Capitolo 1: Non smetterò mai di esserle grato.

 

Avete presente quando avete problemi di vista e per la prima volta vi mettono gli occhiali?

È come se finalmente riusciste non solo a vedere il mondo per quello che è, definire contorni e figure, acquisire la conoscenza dei colori nella loro pienezza e riconoscere elementi che prima andavano focalizzati con una certa concentrazione; ma soprattutto le cose iniziano ad avere un senso profondo e reale, tutto ha un significato che prima sfuggiva alla mente.

Così è stato per me quando ho conosciuto Ambra, è come se attraverso la sua maniera di essere avesse dato luce a qualcosa che era li sepolto dalle delusioni e dal tempo, da strade percorse occasionalmente che poi divennero lunghi e tortuosi percorsi di vita nei quali trovai molto di me ma persi il senso del calore e della fiducia nei sentimenti, il senso della speranza non solo di essere amato ma di poter finalmente amare.

Ho avuto sempre un’attitudine romantica alla vita. Credo che per quanto si possa razionalizzare, ragionare e congetturare sono poi le emozioni che determinano e orientano il cammino di molti, e nell’intuitività e nei sentimenti che tanti tracciano la propria via, anche se impervia, anche se incompresa.

La mia vita si era appoggiata in una di quelle situazioni in cui giocavo quasi da solo, una di quelle relazioni che durano solo perché tu dai generosamente e aspetti di essere ricambiato.

Col tempo ho imparato che amare significa anche saper aspettare di essere ricambiato. Io ho amato e aspettato, compromettendo tutto ciò che era calore e tenerezza con l’algida razionalità di chi non poteva dare di più.

Fu così che nel tempo e nel divenire adulto mi adagiai sul territorio di compressione emotiva ed adulta razionalità desertificando emozioni e speranze, riducendo la genuinità e il mio romanticismo al minimo (se al minimo ci si può arrivare).

In questo deserto mi sono mosso confuso e alienato, solitariamente accompagnato senza fare contatto.

Mi ero abituato a tale condizione da non avere più sete, come quando durante la guerra si razionalizzavano i viveri e le bevande per sopravvivere.

Non nego che tentai di fuggire e ricostruire la mia vita, ma i danni mi sembravano così grandi da non avere la fiducia in quello che sentivo dentro di me. Non c’era scintilla, non c’era fiamma, non c’era alcun fragore che mi portasse a sentire amore in modo totale e coinvolgente, fino a quando inaspettatamente il cielo si aprì e iniziò a piovere così tanto da rinfrescare l’anima e far germogliare nuovamente il sentire amore dentro me.

Quello fu il giorno in cui arrivò Ambra nella mia vita, quello fu il giorno della rinascita dopo la grande siccità perché lei è stata come acqua che scava e ti porta a vivere ancora e sentire speranza.

Per quanto l’abbia idealizzata e i fatti che narrerò lo verificheranno non smetterò mai di esserle grato.

 

                                                                            ***

 

Pioveva come a Roma sapeva fare bene, ebbi la fortuna di incappare in una serie di coincidenze fortuite che mi portarono a incrociare autobus, metropolitana e treno regionale in modo inanellato e continuo. Ebbi la percezione di quel temporale attraverso il rumore della pioggia che batteva incessantemente generando uno scroscio fragoroso e la percezione dell’umidità romana che entrava dentro le ossa in modo incisivo e prepotente. Alla fine della fiera però non mi bagnai. Mi sembrava di avere assunto la capacità di destreggiarmi in modo agile e abile nel caos romano. Mi muovevo in modo felino tra passi rapidi tra la folla, frenate improvvise quando questa generava la fila e poi altrettante accelerazioni quando sembrava che si fosse aperto un varco tra la folla.

Ero impermeabile alla pioggia come lo ero al tumulto. Erano anni che facevo così, tanto da averne acquisito pieno ritmo.

A Roma sei pieno di compagnie, di volti che si incrociano e occupano e scambiano spazi incessantemente. A Roma è difficile trovarsi soli. A Roma è facile sentircisi.

Erano le riflessioni del post lavoro. Osservavo i volti delle persone e in essi proiettavo il mio senso di isolamento o di solitudine.  Vedevo e sentivo tutta la meccanicità del quotidiano, ogni meccanismo quasi perfettamente oliato. Un sistema che faceva vivere l’imprevisto come una sorta di sventura e non come un’opportunità. Alla fine della giornata doveva essere andato tutto bene, in linea con la comodità data dalla stabilità. Stabilità poi difficile da circoscrivere per un uomo sulla soglia dei quaranta con lavoro precario e strade interrotte e deviate.

In tutto questo però avevo trovato una specie di equilibrio flessibile che mi faceva stare sereno quel minimo da non impazzire o da fare la fine di compagni di viaggio di qualche anno prima persi nella strada che doveva portare alla realizzazione di un ideale, di un’utopia.

Roma era piena di gente, Roma era piena di pioggia, io ero fortunato e tranquillo perché avevo azzeccato tutte le coincidenze, perché non mi ero bagnato e perché malgrado tutto sapevo essere in un certo modo sopravvissuto al rischio dell’appiattimento, dell’accumulo di rassegnazione e soprattutto di non aver mai ceduto di fronte all’ignoranza.

Vivevo e galleggiavo e sapevo che non era finita e che ci sarebbe stata una possibilità di riscossa, di riaffacciarsi pienamente alla vita.

Sapevo questo ma non lo sentivo. Non lo sentivo ma mi accontentavo.

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